A cura di Arianna Urbani

Lo scorso 8 marzo è stato definitivo una giornata“di sangue” in seguito agli sconcertanti femminicidi che si sono verificato proprio nel giorno in cui si sarebbero dovute festeggiare le donne. Questi episodi ci ricordano quanto ancora, nel 2014, le donne non abbiano raggiunto la parità tra sessi e quanto ancora la strada sia lunga e in salita.
“Prima di ogni altra cosa tu sei sposa e madre”. “Non credo più a questi miti. Credo di essere anzitutto un essere umano, come lo sei tu”. E’ con questa frase, attualissima, che Henrik Ibsen termina, nel non troppo lontano 1879, uno dei suoi più grandi capolavori: Casa di Bambola. Nato in Norvegia nel 1828, da una famiglia di commercianti caduti in disgrazia, Ibsen realizza l’opera teatrale ad Amalfi, probabilmente ispirandosi all’amica e scrittrice Laura Kieler, che proprio in quegli anni, secondo indiscrezioni, si trovava al centro di uno scandalo coniugale molto simile a quello narrato dall’autore norvegese. Protagonista assoluta dell’opera è la fragile e capricciosa Nora, una donna con tre figli che si comporta in modo apparentemente superficiale, facile preda della manipolazioni del marito. La realtà è molto diversa: dietro i suoi canti fanciulleschi, dietro le piroette che rivolge allo sposo per alleviarlo dalle giornate di lavoro, dietro a una donna che non fa che spendere soldi in vestiti e futili accessori, ce n’è un’altra che ha contratto debiti all’insaputa del marito per potergli pagare un viaggio in Italia, a contatto con l’aria fresca del Mezzogiorno che, a detta dei medici, avrebbe salvato il suo Torvald da una malattia ritenuta incurabile. A ricattarla, a causa di una firma falsa, è Krogstad, l’’impiegato bancario al quale Nora aveva chiesto il denaro utile per il soggiorno e al quale però non riesce a restituire quanto dovuto. La verità verrà fuori nonostante i disperati tentativi della donna di continuare a nascondere il fatto al marito. Quando Torvald viene a conoscenza del prestito, è assalito da un sentimento che oscilla tra la rabbia e lo sdegno per la moglie, rea di fargli perdere la propria reputazione. Senza neanche comprendere che si è trattato di un gesto di una moglie disperata per salvare il proprio marito, Torvald dichiara di volerla allontanare dai suoi figli, ma di volerla continuare a tenere sotto il tetto coniugale per evitare ulteriori scandali. Ha appena pronunciato la sua sentenza, quando arriva la notizia che il ricattatore rinuncia al suo stesso ricatto, grazie a un’abile mossa di un’amica di Nora, con cui sorvola a nozze. “Sono salvo!” esclama Torvald appresa la notizia, e decide di perdonare la moglie. Ma per Nora è ormai troppo tardi: ha capito di essere stata trattata per otto lunghi anni come una bambola, come un giocattolo dall’ uomo che amava. D’un tratto, la sua intera vita le appare come un enorme sbaglio: il rapporto compulsivo con il padre ormai defunto, il matrimonio, i suoi tre figli…
“Mi chiamava la sua piccola bambola, e giocava con me, come io giocavo con le mie bambole. Poi, sono entrata in casa tua..voglio dire che dalle mani di mio padre sono passata nelle tue. Tu hai sistemato tutto secondo i tuoi gusti, e io li condividevo, o almeno facevo finta di accettarli. […] Con mio padre, una bambola-figlia; con te, una bambola-moglie”. E’ la triste confessione di una donna che ripensa al suo passato e si sente un “nulla”. E anche in questo caso la reazione, ancora più triste, dell’uomo con cui ha condiviso la vita non sembra rivolta a lei e alle sue preoccupazioni, ma a quello “che dirà la gente”. La società, dice Torvald, non capirà la scelta di una donna che decide di abbandonare il proprio marito, la propria casa e i propri “sacri doveri” di moglie. Ma Nora ormai sa di averne altri ben più importanti: quelli verso se stessa.
“So che la maggioranza degli uomini ti darà ragione, e che anche nei libri dev’esserci scritto che hai ragione. Ma io non posso più ascoltare gli uomini, né badare a quello ch’è stampato nei libri. Ho bisogno di idee mie.” Dice Nora abbandonando per sempre la sua casa, quella gabbia dorata dove era vissuta per tanto, troppo tempo.
Una travolgente storia d’emancipazione femminile, uno straordinario viaggio nella psiche di una donna che tenta disperatamente di liberarsi dal ruolo che le viene imposto per raggiungere una sua piena realizzazione. Un manifesto esplicito contro l’ipocrisia individuale e sociale.

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