Frosinone, 3 luglio.

L’attesa è stata lunga.
Un’ora e un quarto, senza notizie, aspettando che i Marlene Kuntz salissero sul palco della Villa comunale di Frosinone. Qualche fischio, più di un mugugno, delle grida. Poi alla fine i Marlene sono usciti da dietro le quinte del Laziowave festival, e hanno cominciato a suonare come se niente fosse. Le note che uscivano dai loro strumenti però erano conosciute, le parole gridate al microfono da Cristiano Godano pure. Era “Catartica”, il loro primo album. Sono passati poco più di vent’anni da quel fenomenale esordio, da quei suoni sporchi, da quell’impasto di post rock con salde radici noise che colpiva l’immaginario e lasciava a bocca aperta.

I Marlene Kuntz sono ripartiti da lì, lo hanno cantato tutto di fila, quell’album. Senza pause con cattiveria. Con tanto sudore e parecchio rumore, come all’epoca. Il pubblico s’è ammansito, cantando a squarciagola “Festa mesta”, “Sonica”, “Nuotando nell’aria”, e poi ancora “MK”, “Giù giù giù”, “Trasudamerica”, fino ad arrivare a “Fuoco su di te”, “Mala mela” e “Non ti scorgo più”. L’energia c’era, l’impegno pure, ma qualcosa già stonava, forse erano i vent’anni anni passati dal quel lontano 1994. Forse era il caldo, forse la lunga attesa. Chissà.

Poi, una brevissima pausa, era ormai l’una passata. Godano e i suoi sono rientrati. Qualche parola, finalmente, un “grazie” buttato lì. Lo scorso anno, i Marlene hanno pubblicato un album particolare: “Pansonica”, sette brani scritti immediatamente dopo l’uscita di “Catartica” e finora mai pubblicati. Hanno preso a suonare quelli, e allora è apparso finalmente chiaro cos’era che stonava, da dove veniva quel granello di sabbia che aveva inceppato l’ingranaggio del loro incantesimo. Era caduto da un clessidra rotta, perché il tempo passato dall’uscita di “Catartica” non è stato particolarmente clemente con loro. Vent’anni dopo, i due estremi di una carriera nata nella seconda metà degli anni Ottanta dalle parti di Cuneo e forse quasi finita si sono toccati in un attimo. E il pubblico non cantava più, la gente ha preso a scemare, e non solo per l’ora tarda.

Il batterista Luca Bergia e il chitarrista Riccardo Tesio sembravano stanchi, il basso di Franco Ballatore era svogliato. “Sig. Niente” è andata sottotraccia, “Parti” e “Sotto la luna” sono scappate via. I Marlene Kuntz, sudati e affaticati, hanno concluso il loro concerto con due nuove/vecchie canzoni. Una era “Oblio”, l’altra era la più lunga, molto elettronica, intitolata con uno strano simbolo simile a una croce: “†”. Forse non è un caso.

di Carlo Ruggiero

 

 


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