Di Giulia Sofia Arduini

Al giorno d’oggi non conoscere James Franco, soprattutto dopo lo scandalo internazionale sorto in concomitanza con l’uscita del film ‪#‎theinterview‬, significa ammettere di vivere in una caverna senza contatti con il mondo esterno o ( peggio) di non andare al cinema dal 1984.
Forse però non tutti sanno che l’attore, oltre a cimentarsi con ottimi risultati nella regia e nella scrittura, ha anche una vena artistica particolarmente sviluppata.

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Dopo aver esordito come pittore nel 2006 con una serie di dipinti in stile Art Brut, subito esposti in una galleria di Beverly Hills, ‪#‎jamesfranco‬ ha cominciato ad avvicinarsi sempre di più al mondo e alle personalità dell’art system, dimostrando di sapersi destreggiare perfettamente in un contesto risaputamente diffidente come quello dell’arte contemporanea. Già nel 2012 il Moca di Los Angeles gli conferisce un riconoscimento ufficiale e gli affida l’organizzazione della sua prima esposizione in veste di curatore esterno: la collettiva “Rebel” viene ideata come un’ode corale all’iconico film “Rebel without a cause” che consacrò James Dean a simbolo di un’intera generazione. A partecipare alla mostra in veste di espositori e co-curatori, artisti del calibro di Ed Ruscha, Harmony Korine, Paul McCarthy, Damon McCarthy, Douglas Gordon e Terry Richardson.
Nel 2013 Marina Abramovic, “la nonna della performance”, lo ricopre di miele e foglie d’oro per il programma televisivo “Iconoclasts” e gli dedica il documentario presentato al Festival del Cinema di Venezia “James Franco: the last unicorn”.

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Allo stesso anno risale anche il murales realizzato a Brooklin raffigurante i protagonisti (compreso lo stesso Franco) del film appena uscito “This is the End”, a dimostrare l’abilità multitasking dell’attore nel cimentarsi con qualsiasi mezzo espressivo.
Il 2013 è anche l’anno di “Psycho Nacirema”, un’installazione realizzata in collaborazione con l’artista Douglas Gordon esposta alla Pace Gallery di Londra.
Per l’occasione l’attore ricrea le ambientazioni del celebre film “Psycho” all’interno del galleria, popolando la struttura di fotografie e video che lo vedono ritratto nei panni che al tempo furono di Janet Leigh.

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Sempre più vicino a personaggi del mondo dell’arte (celebri i suoi selfie con Klaus Biesenbach, il direttore del MoMA PS1 di New York e la stessa Abramovic), negli ultimi mesi ha destato particolare scalpore con la serie di fotografie ispirate agli Untitled Film Stills di Cindy Sherman.
In queste opere James Franco ricrea ad hoc le atmosfere e le situazioni ritratte nelle fotografie originali e si sostituisce completamente, anche e soprattutto nel trucco e negli abiti, all’artista, artefice e protagonista degli scatti.
Pur rappresentando il rapporto tra mascolino e femminino, tra arte che guarda al cinema e cinema che guarda all’arte, James Franco snatura il concetto di rivendicazione femminista di cui la Sherman aveva rivestito le sue fotografie alla fine degli anni Settanta, concependole come una critica all’imperante sguardo maschilista dei film hollywoodiani dell’epoca d’oro, che vedono la donna come un’entità riducibile a dei semplici cliché.

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Dopo il polverone scatenato con le fotografie, nell’inverno del 2014 James Franco compie un ritorno alle rassicuranti braccia della pittura “vergine”, priva di riferimenti diretti ad altri artisti, ed espone a Londra la serie di dipinti e collage intitolata “Fat Squirrel”, ispirata, nei tratti e nelle tematiche, all’infanzia e all’adolescenza, periodi cruciali nel processo di formazione psicologica di ogni uomo.
Al di là del valore artistico delle opere e al di là del gusto personale del fruitore, che può apprezzare o meno i lavori e le intenzioni del giovane artista, quello che non gli si può negare è l’interesse, sempre più raro e del tutto ammirevole, nel porre l’attenzione sull’importanza, la necessità e la vitale bellezza dell’arte.

(Articolo apparso originariamente su https://www.facebook.com/cononair?pnref=story)


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