Terrore, confusione e disperazione: queste sono le parole che meglio definiscono i momenti vissuti dopo la carneficina compiuta pochi giorni fa a Dacca. Come sempre, nelle lunghe dirette televisive che hanno “coperto” la notizia, si sono ripetute sigle divenute ormai simbolo e sintomo stessi del terrore: IS, Isis, Isil e Daesh. Ma cosa si cela dietro questi acronimi? Facciamo un po’ di chiarezza. Tutti e 4 i termini vengono utilizzati per indicare  il gruppo di estremisti islamici che negli ultimi anni è stato artefice di una serie di attentati e occupazioni che hanno insanguinato Medio Oriente e  Occidente. Vi sono però delle differenze tra un termine e l’altro. Con la sigla IS (letteralmente Islamic State) si indica lo Stato Islamico: uno Stato senza confini reali, nato con l’intento di liberare i paesi islamici dall’influenza di quelli occidentali. Isis, invece, è l’acronimo che indica ”Islamic State in Iraq e Syria”, mentre Isil, sta per “Islamic State in Iraq e Levante”: entrambi sono termini che hanno una connotazione geografica. Il primo si riferisce ad Iraq e Siria (i paesi in cui è nato l’IS), il secondo al “Levante”, ossia il territorio sulla riva orientale del Mediterraneo che comprende Siria, Libano, Palestina, Giordania e Israele. Daesh, per finire, sarebbe il termine più odiato dai membri dell’IS in quanto, pure essendo  l’adattamento di DAIISH, cioè l’acronimo arabo che sta per Al Islamiya fi al Iraq wa al Shamnel (Stato Islamico in Iraq e Levante), in realtà avrebbe un significato negativo poiché la sua traduzione vorrebbe dire anche “portatore di caos”. Ma come è strutturato l’IS? Si tratta di un’organizzazione politica, economica ma anche religiosa dalla struttura complessa e ben organizzata formatasi, all’apparenza, con l’obiettivo di dar vita ad uno Stato fondato  su quelli che dai suoi sostenitori vengono ritenuti gli insegnamenti del profeta Maometto e dei suoi successori. Storicamente, nasce nel 1999 sotto il nome di “Jamaat al-Tawihid Wal-J’had”. Inizialmente al suo vertice vi era Osama Bin Laden, cui seguirono Ayman al Zawahini, che ne prese il posto dopo la  morte, e Abu Musab Al-Zarquai. Alla base di questa struttura piramidale, che si rinnova da oltre 15 anni vi sono donne, uomini e bambini che lottano in nome di Maometto e della loro religione. In realtà, però, la fede sarebbe solo una scusa sotto la quale si nascondono un’anima stragista che vede nell’annichilimento del prossimo i semi della propria affermazione. Che poi questo nemico abbia il volto di vittime inconsapevoli e indifese poco importa. A scatenare la follia omicida sono sempre ordini superiori provenienti da imprecisati leader che cambiano continuamente nome e connotati, eseguiti da cellule dormienti piazzate nei recessi suburbani dei principali centri cittadini del mondo. A questi atti di violenza come sempre seguono risposte, più o meno forti, più o meno feroci compiute dagli eserciti occidentali che tentano inutilmente di mettere a tacere la voce del nemico schiacciandola sotto il peso delle macerie. Chi scrive si domanda se nel 2016 siano ancora la violenza e la corsa “agli armamenti” la risposta giusta per affrontare le diverse crisi internazionali e ideologiche che ciclicamente tornano a scuotere la vita di milioni di persone. Forse nessuno ha ancora pensato ad usare l’arma più potente dell’uomo: il dialogo. Anche se in questa faccenda, va detto, si fa molta fatica a capire persino chi potrebbero essere gli interlocutori.


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