di Bianca Maria Panicali

Annunciato come il terzo film della trilogia francescana della regista Cavani, il film prodotto per la Rai, si rivela pieno di spirito giovanilistico.
San Francesco è un idolo adolescenziale, un Jim Morrison che guida una comunità hippy, composta da ragazzi della società bene di Assisi, colti e ben nutriti, che decidono di seguire il proprio “guru” in un cammino difficile e così distante dalle scelte dei padri.
Si aggiungono presto una manciata di ragazze borghesi che dedicano le loro giornate alla meditazione, alla preghiera ed al servizio del prossimo, in mezzo a sospetti e malignità. Tutti questi giovani del loro tempo, dai lunghi capelli, vestiti da tuniche di stoffe colorate mal tagliate e non rifinite, addobbati con monili anni ’60, evocano sogni lontani, la ricerca della città celeste, la realizzazione di una comunità di pace come ristoro delle anime erranti.

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San Francesco è ritratto forte e istrionico, in netto contrasto con la sua apparenza fisica, nonostante questa sua personalità ed il suo spirito mistico spesso non resiste alla fuga.
Fugge davanti all’acclamazione, al complimento, alla normalizzazione, fugge davanti all’organizzazione, all’ordinamento, agli apparati sedimentati e rigidi, fugge dal chiuso dei ripari. Vorrebbe che tutti apprezzassero la libertà, la libertà dalle fragilità del corpo, dalla limitazione dei muri, dalla schiavitù del comando.
Tutti ad Assisi e perfino tra i giovani che accorrono dal resto d’Italia e d’Europa, vestono colori che aspirano al cielo, all’abbondanza, alla gioia: blu, celeste, oro e verde.
Lui, il piccolo Francesco, nella prima parte del film veste d’avana.
Non ha bisogno Francesco di vestire le sue aspirazioni perché già vive, nella sua quotidianità, il cielo. Tutti questi fratelli che lo riconducono continuamente alla realtà materiale delle cose, perché ancora in cammino, lo rallentano a volte e non lo conquistano.

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Nella seconda parte del film, in una delle sue fughe dall’etichettazione, dagli inutili doveri sociali, si incammina verso il vento per poi, alla ricerca della voce di Dio, proteggersene penetrando nel fitto del bosco.
Il suo mantello è ora rosso, perché cerca la passione, il sacrificio.
Ora vuole vivere tutto quello che ha vissuto Gesù. Infatti è Leone adesso, che lo accompagna paziente, a vestire il mantello celeste.
Ancora una volta dunque si tratta di un film che si gioca sui colori, i mutamenti del cielo in base agli stati d’animo, le espressioni del viso che rivelano i pensieri nascosti.
Questa è autentica Cavani.
Regista che anche questa volta, a parte un’incertezza iniziale, dovuta forse alla recitazione approssimativa di alcuni interpreti e all’inesperienza di alcune fugaci comparse, mi convince abbastanza e mi sembra lo faccia con quel tono accattivante del rock e della protesta adolescenziale, senza dimenticare l’attualità che si ritrova nella scelta di evidenziare le consuete difficoltà nella gestione di cose così alte. La cosa può funzionare.
Il film però non commuove se non quando Francesco detta la sua regola a Leone. Da cosa dipende? Dipende dal fatto che si tratta di un film più storico e calligrafico dei precedenti o dalla lontananza degli interpreti dai temi trattati?


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