Trallallero trallallà, finalmente è uscito l’atteso e discusso “Tale of Tales” di Matteo Garrone, e sinceramente non so se raccontarvi le mie impressioni sul film o quello che ho patito in sala a partire dagli allegri sgranocchiatori di patatine alle mie spalle che hanno esordito, leggendo i titoli di testa, con: “Matteo Garrone… è italiano, mah, sarà famoso … forse”.
Anyway… meglio concentrarsi sul film.
Eviterò il racconto del racconto dei racconti arrivando direttamente al sodo.
Garrone si imbatte nella scelta di un fantasy-horror italiano, devo dire, veramente originale.

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Non amo questo genere di film ma sono rimasta stregata dalla maestria con cui il regista ha saputo plasmare a ‘mondo incantato’ diversi paesaggi italiani, dalla puglia alla toscana e già per questo, dico, tanto di cappello.
In quanto alla storia, l’intreccio della narrazione abbraccia racconti differenti che ci mostrano le mille sfaccettature dell’essere umano, nella sua magnifica bellezza e nella sua spregevole meschinità.
Tanto grottesco nella scelta delle sequenze di uccisioni e smembramenti di corpi (ricordiamo che è pur sempre Garrone… “quello” di Gomorra) tanto limpido e chiaro nei colori. Anche le musiche vanno a braccetto con le immagini, costruendo un tappeto sonoro che accompagna bene lo spettatore nella storia.
Il cast è stellare e ho trovato molto divertente l’accostamento di attori come Salma Hayek e Massimo Ceccherini.
Creavano una sorta di contrasto… stupefacente.

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L’universo di Tale of Tales è poi un teatro di ossessioni carnali e terrene, come la bellezza, la giovinezza, il sesso, la maternità, e nella cupa favola tutti finiscono per essere bestie e mostri, tutti allo stesso modo, rivelando la fragilità dell’uomo, la sua limitata sapienza e il labirinto dei rapporti che lo rende talvolta misero e miserabile.
Il film è costruito bene, studiato nei dettagli, anche se si è parlato di un budget limitato che non ha permesso al regista ritocchi e rifiniture, gli attori sono bravi, il racconto c’è… ma devo ammettere di essere uscita dalla sala con un unico, solo pensiero.
“Ok Mattè.. emmò?”
La storia manca di un finale incisivo, i racconti si raccordano tra loro solo grazie ad un’ultima breve e fragilotta scena che, sì, li riprende tutti insieme, ma a parte questo, pecca di quel fattore determinante che ti fa tornare a casa riflettendo, in auto, quasi che fai il tragitto e non te ne rendi conto. Insomma ci siamo capiti.
Quindi, at the end of the end, non lo so.
Mica m’ha convinto troppo.

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