A cura di Giulia Sofia Arduini

Si è appena conclusa al MAXXI di Roma la mostra che ha avuto come protagonista uno degli artisti italiani più acclamati degli ultimi anni: Francesco Vezzoli. L’artista, bresciano di nascita e milanese di adozione, è famoso soprattutto per le lacrime di lurex ricamate sui volti dolenti delle star del passato, luccicanti simboli di sofferenza divenuti ormai il suo marchio di fabbrica.

Provocatoria icona pop, in continuo dialogo con lo star system hollywoodiano, Vezzoli ha scelto la capitale come suggestivo palcoscenico del progetto “The Trinity”, ambiziosa retrospettiva dal sapore internazionale dislocata su tre diversi musei.
Ognuna di queste sedi accoglie uno scenario diverso, un diverso luogo della memoria vezzoliana, nella formulazione di tre ambienti evocativi delle grandi passioni dell’artista: il Cinema, la Religione e l’Arte.

E’ proprio l’Arte l’affascinante tematica al centro della mostra romana, primo passo dell’itinerante progetto espositivo che si svilupperà, in sequenza, al MoMa di New York (con la mostra The Church of Vezzoli, che prevede il ri-allestimento, nell’ambiente museale, di una chiesa italiana acquistata personalmente dall’artista e trasportata interamente oltreoceano) e al MoCa di Los Angeles (in cui il protagonista non poteva che essere il cinema, sfolgorante metafora dell’ostentazione e dell’ambizione umana).

Sono queste tutte tappe attraversate dall’artista durante la propria carriera, la cui scelta nella realizzazione di una serie di mostre personali è un evidente tentativo di ripercorrere a ritroso la propria esistenza, in quello che nelle parole dell’artista può essere definito un vero e proprio processo di “auto-storicizzazione”. Auto-storicizzazione dunque, ma anche pretenzioso culto del sé, declinato in ogni sua possibile forma all’interno di questa enciclopedica esposizione internazionale.

All’interno della moderna struttura romana progettata da Zaha Hadid, Vezzoli ricostruisce uno spazio museale di chiara impostazione ottocentesca, popolato da nicchie, stucchi e sculture classicheggianti, ricoperto ed impreziosito da metri di damasco rosso che trasformano lo spazio circostante creando un “museo nel museo”, nell’intento, neanche troppo velato, di violare e sbeffeggiare il concetto moderno di istituzione museale.

Lo spazio espositivo, per quanto visivamente celebrativo delle antiche gallerie del passato, non ne possiede invece la stessa dimensione contemplativa: l’artista crea intenzionalmente e consapevolmente un ambiente straniante, acusticamente schizofrenico, in cui le voci dei video rincorrono lo spettatore, fino al disturbante “Vattene da questa stanza, vattene dalla mia mente”urlato da Milva in una celebrazione dell’omonima opera di Bruce Nauman.

Quella creata dall’artista è una mostra del tutto personale ed autocelebrativa, che ripercorre “antologicamente” la sua carriera, dai ricami a piccolo punto che gli permisero di distinguersi ai tempi degli studi londinesi (Vezzoli si è formato negli anni Novanta insieme agli artisti della Young British Art, di cui rifiutava il ridondante gigantismo fatto di animali sezionati e sfacciati riferimenti alla sessualità, cavalli di battaglia di artisti come Damien Hirst e Tracey Emin), alle stampe su tela che ritraggono le grandi dive del passato, i cui soli nomi bastano a rievocare sofferenti ed al contempo indistruttibili icone di femminilità:dalla Mangano alla Magnani, da Edith Piaf alla Loren.

L’incessante gioco citazionista, pop e dissacrante è irrefrenabile: si passa dagli autoritratti su tela che giocano con il concetto di esibizionismo/voyeurismo al bottiglione di finto profumo realizzato nel 2009 (Greed, per il quale Roman Polanski ha diretto anche un finto spot pubblicitario), per arrivare ai video realizzati dall’artista nel corso della sua carriera, proiettati su schermi led curiosamente sorretti da statue dall’animo classicheggiante ma dall’esteriorità quasi soubrettistica.

Una sala a parte è riservata alla proiezione del finto reality show Comizi di non amore, fittizio programma televisivo dal chiaro riferimento pasoliniano realizzato da Vezzoli nel 2004, in cui donne simbolo della storia dello spettacolo (Catherine Deneuve, Jeanne Moreau, Marianne Faithfull) fingono di essere sedotte da improbabili pretendenti sotto la conduzione di un’esplosiva Ela Weber. Rispettando minuziosamente i tempi,le  regole e le tematiche dei reality show contemporanei, Vezzoli mira a scomporne la struttura, evidenziandone i toni trash e gli aspetti ingannevoli.

Un discorso a parte meritano le sculture situate all’ingresso della mostra, calchi di marmo dell’artista stesso  posti in relazione con veri busti del passato, che rappresentano il recente bisogno di Vezzoli di abbandonare i flash dei red carpet per ritornare alla dimensione più raccolta del museo. Anche stavolta però non manca l’aspetto provocatorio e canzonatorio, che non viene risparmiato neanche alla classicità, ora fonte di ispirazione ora oggetto di derisione:  in Satira di un Satiro la testa “satiricizzata” dell’artista fa la linguaccia ad un’antica testa di satiro, mentre in Autoritratto come amante dell’Apollo del Belvedere un moderno Vezzoli lancia un bacio ad una riproduzione del famoso Apollo dei Musei Vaticani, in una dimensione paradossale che colpisce e diverte.

Questo ritorno all’ordine, questo “abbandono di Hollywood per il Louvre” è la concretizzazione del fallimento della prima poetica vezzoliana, come riconosciuto dall’artista stesso: “Ho spostato la mia attenzione perché ho fallito, e questo ci tengo a dirlo. Ho fallito perché ho coinvolto nel mio lavoro personaggi famosissimi, ma il video di Roman Polanski con Natalie Portman e Michelle Williams ha 150.000 click su internet, il video della pubblicità vera del profumo di Dior ne ha 1.500.000 […] il mio lavoro è entrato in un immaginario di nicchia, lo conoscono tutti quelli che leggono Artforum, Vogue, ma non è penetrato nell’immaginario globale”.

Vezzoli gioca abilmente con le suggestioni ed i concetti che lo hanno affascinato negli anni della formazione, mixando il luccicante sogno hollywoodiano al seducente richiamo del surrealismo, creando immagini apparentemente familiari per chiunque ma non per questo “basse”. Ed è forse proprio questo il problema dell’estetica vezzoliana: quel citazionismo continuo ed instancabile che ricopre ogni sua espressione artistica, in un gioco di rimandi che porta ad un’incessante sovrapposizione di icone fluide, incapaci, proprio per la loro mobilità, di divenire uniche ed emblematiche icone a sé stanti.

Cosa resta dunque di questo primo capitolo dell’antologia vezzoliana? Il divertimento di aver ritrovato nelle sue opere rimandi colti ad ogni ambito del sapere, il piacere di essere entrati in contatto con un’ arte provocatoria ma fondamentalmente innocua, glamour e mai volgare, in grado di giocare ironicamente con lo spettatore e, soprattutto, di non prendersi mai troppo sul serio.

 


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