Sono circa 3 milioni le donne che in Italia soffrono di endometriosi, patologia cronica progressiva, dovuta alla presenza di tessuto endometriale fuori dalla cavità uterina (la sua localizzazione naturale) e molto frequentemente a livello ovarico determinando formazioni di cisti, ma dati del Census Bureau riportano la ‘prevalenza’ della malattia potrebbe essere pari a circa il 10% nella popolazione generale femminile in Europa.
“Le cause della patologia sono diverse e non completamente note” spiega il Dottor Filippo Maria Ubaldi Direttore Clinico dei Centri GENERA di Medicina della Riproduzione “Una prima ipotesi potrebbe essere quella che sostiene come le cellule endometriali si diffondano per via ematica o linfatica, altra ipotesi è quella definita ‘retrograda’ dove frammenti di tessuto endometriale si diffondono nella cavità pelvica viaggiando all’indietro verso le tube durante la mestruazione e trovando lì delle condizioni favorevoli per l’impianto ectopico. Altre ipotesi prendono in considerazione cause immunitarie, ormonali o ambientali come ad esempio l’impatto di sostanze chimiche sull’organismo come il bisfenolo A.
Dato il carattere progressivo della malattia, nelle sue localizzazioni ovariche si viene a determinare una graduale distruzione del tessuto ovarico”. Purtroppo però la letteratura indica che il trattamento chirurgico della cisti endometriosica riduce significativamente la riserva ovarica di circa il 40% e nel 15% dei casi l’intervento determina uno stato di menopausa che impedisce a donne anche giovani la possibilità di coronare il sogno di una gravidanza. Le tecniche più moderne di medicina della riproduzione oggi offrono una possibilità a queste pazienti grazie alle tecniche di conservazione degli ovociti che possono essere eseguite prima dell’intervento chirurgico per poter essere utilizzati successivamente.
“Le due principali tecniche di congelamento ovocitario sono la ‘vitrificazione’ e il ‘congelamento lento’. Le differenze riguardano soprattutto la velocità di congelamento e di scongelamento.” Interviene la Dottoressa Laura Rienzi, Direttore dei laboratori di embriologia dei centri GENERA. “L’approccio storicamente più utilizzato è stato quello del ‘congelamento lento’ in cui l’ovocita e l’ambiente circostante sono tenuti in ‘equilibrio’ fino ad ottenere la solidificazione della soluzione crioprotettrice e la disidratazione cellulare con il progressivo e programmato raffreddamento del sistema (-0.3°C/min).
Nella ‘vitrificazione’ il raffreddamento avviene in modo estremamente rapido (-30.000 °C/min) sfruttando due aspetti chiave: l’immersione diretta degli ovociti in azoto liquido e l’utilizzo di elevate concentrazioni di sostanze crioprotettrici in minimi volumi. In questo modo si evita la formazione di cristalli di ghiaccio intracellulare estremamente dannoso per la cellula mediante la formazione di uno stato “semi-solido” delle sostanze crioprotettrici in cui gli ovociti possono essere conservati in azoto liquido”. Gli ovociti congelati con questa tecnica risultano più vitali al momento dello scongelamento e possono essere conservati sino a che non si pianifichi una gravidanza.
Altre indicazioni al congelamento ovarico sono malattie infiammatorie del colon, Patologie autoimmuni, obesità grave e patologie oncologiche. Da non dimenticare inoltre le 60mila donne giovani che ogni anno vanno incontro a menopausa precoce.


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