Cari lettori,

è da parecchio che non vi aggiorno sulla mia vita in Inghilterra. Ultimamente mi sono occupata soltanto di articoli riguardanti salute e SM. A tal proposito, poco tempo fa ho creato una pagina facebook Flip Out 4 MS che vi invito a cliccare e condividere!

Ma dato che nei giornali inglesi (e non solo) non si parla d’altro che di “Brexit“, forse spinta dal fatto che una coppia di cari amici si sta organizzando a un’imminente partenza verso l’Inghilterra, ho deciso di condividere con voi alcune riflessioni a tal riguardo.

Intanto come prima cosa vediamo di capire cosa indica il termine Brexit. Ho trovato online diverse fonti (che trovate a fondo pagina) che ci aiutano a capire di cosa si tratta. Per farla il più semplice possibile, si tratta del referendum sulla “Britain Exit” che si terrà il 23 giugno in tutta la Gran Bretagna e in cui i cittadini avranno il diritto di scegliere se la Gran Bretagna (Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord) dovrà o meno restare all’interno dell’Unione Europea. Più complicato è invece capire quali sono le cause che hanno portato alla decisione di indire un referendum e quali le possibili conseguenze. Il nome Brexit è modellato sul più noto Grexit, che indicava la possibilità di un’uscita della Grecia dall’UE in seguito alla forte crisi finanziaria che il paese ellenico ha affrontato un po’ di tempo addietro ma che di fatto sta ancora affrontando. Nonostante i molti rischi connessi all’uscita di un paese membro dell’euro come la Grecia, la prospettiva di un’uscita del Regno Unito pone sfide diverse MA NON INFERIORI, considerando che si tratta di uno dei paesi più ricchi e importanti dell’Unione. In seguito all’avanzata degli euroscettici dell’Ukip di Nigel Farage, il leader conservatore David Cameron in vista della campagna elettorale (poi vinta anche al di là delle più rosee aspettative), promise nel 2013 che avrebbe indetto un referendum sull’uscita dall’Unione Europea nel suo nuovo mandato, sottolineando, quindi, come per farlo fosse prima necessario che vincesse le elezioni.

Ora il momento di mantenere la promessa è arrivato, così i cittadini britannici, il 23 giugno, si troveranno davanti a una scheda che reciterà il seguente quesito: “Deve il Regno Unito rimanere un membro dell’Unione Europea o deve lasciare la UE?”.

Ed è quindi giusto chiedersi perché i britannici, o almeno una parte abbastanza significativa di essi, vogliono uscire dall’Unione Europea? Prima di tutto va considerato lo scarso feeling tra Regno Unito e UE, da sempre sottolineato dalla mancata adesione all’Euro da parte della Gran Bretagna stessa. Al di là delle considerazioni storiche sulla “insularità” del Regno Unito e della sua difficoltà a sentirsi parte dell’Unione, le rimostranze di Londra derivano soprattutto dall’eccessiva (nella loro ottica) immigrazione verso il Regno Unito da parte di migranti provenienti dai “nuovi paesi” del blocco europeo (quindi, dell’est europeo) e dagli eccessivi legami (visti anche come mancanza di sovranità) che quest’appartenenza causa, soprattutto considerando l’obiettivo da sempre dichiarato di rendere l’Unione Europea sempre più stretta . Se la Gran Bretagna uscisse dall’Unione Europea potrebbe dunque avere autonomia decisionale su tutto, a partire dalla questione immigrazione; anche se non è ancora chiaro che modello prenderebbe il posto di quello attuale: se una separazione completa o una partecipazione minore sul modello di alcuni altri paesi, come la Norvegia.

Nonostante il poco amore verso l’UE non è però così facile per l’Inghilterra uscire dall’Unione Europea. La Gran Bretagna, euro o non euro, è comunque uno Stato importante in Europa e fino ad ora far parte dell’UE ha permesso alla Gran Bretagna di non rimanere isolata. Le conseguenze di una Brexit avrebbero sicuramente un grosso impatto commerciale ed economico, visto che complicherebbero non poco i legami e gli scambi tra la Gran Bretagna e gli altri paesi (attualmente) partner. I favorevoli alla Brexit si concentrano, tra le altre cose, sui 13 miliardi di sterline che il paese ogni anno manda a Bruxelles e che verrebbero risparmiati; sempre i favorevoli segnalano come l’Unione Europea sarebbe costretta a mantenere i suoi legami commerciali con la Gran Bretagna, grande importatrice di beni e servizi. I contrari, invece, segnalano come le compagnie straniere avrebbero meno interesse a investire in Gran Bretagna, causando una perdita di ricchezza e anche di posti di lavoro. Un’altra fonte online (italiana) afferma che l’uscita dall’UE ridurrà le esportazioni dal Regno Unito e renderà le importazioni più onerose: alcune stime, per esempio quelle di Citygroup calcolano una perdita del prodotto interno lordo pari al 4% nel giro di soli 3 anni. Inoltre, considerando la straordinaria quantità di lavoratori stranieri che si trovano in Gran Bretagna (tre milioni), non solo Londra dovrebbe affrontare una sorta di inferno burocratico, ma rischierebbe anche di fare un grosso favore a Parigi, che potrebbe prenderne il posto di capitale finanziaria in seguito alla ricollocazione di molti lavoratori.

Gwynne Dyer, giornalista scrive:

“Alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1946, il Regno Unito, attraverso Winston Churchill, invocò la creazione di “una struttura sotto la quale vivere in pace, in sicurezza e in libertà… Una specie di Stati Uniti d’Europa”. Una decina di anni dopo, lo stesso paese rifiutò di entrare in questa struttura quando i suoi vicini europei cominciarono effettivamente a costruirla. Nel 1961 cambiò di nuovo idea e chiese di entrare nella Comunità economica europea (Cee), un obiettivo raggiunto alla fine nel 1973 con il governo del primo ministro conservatore Edward Heath, salvo poi esigere di rinegoziare gli accordi di partecipazione e tenere un referendum per decidere se stare dentro o fuori la Cee due anni dopo, sotto il governo laburista. Sempre lo stesso paese pretese un’ulteriore rinegoziazione sotto il governo conservatore di Margaret Thatcher nel 1984, per poi decidere di restare fuori del progetto della moneta unica quando i paesi della Comunità europea hanno firmato il trattato di Maastricht nel 1992″.

Insomma il Regno Unito sembra davvero un Paese indeciso e capriccioso. Soprattutto in Inghilterra sembra esserci l’illusione che il paese avrebbe un futuro migliore se fosse indipendente e libero dalla noiosa Unione europea, e che riuscirebbe a cavarsela da sola come una spavalda potenza economica globale. La maggior parte dei leader britannici fino ad ora ha fatto grandi sforzi per tenere a bada le eccessive ambizioni dei patrioti inglesi, i quali spesso mostrano un feeling xenofobo. Cameron invece ha fatto un passo falso mantenendo una promessa che non andava fatta, e le conseguenze, per il Regno Unito e per il resto d’Europa, potrebbero essere gravi. I partiti anti-immigrazione, come il Partito Nazionale Britannico (BNP) e il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UKIP), che sfruttano l’esasperazione dei cittadini per fomentare un’intensa retorica razzista e xenofoba stanno avendo un sempre maggiore successo mediatico. Gli inglesi sembrano sempre più propensi a credere che gli immigrati abbiano rubato loro qualcosa come il lavoro, i sussidi pubblici o gli aiuti sociali. E così mentre tutta l’Europa è alle prese con la crisi dei migranti extracomunitari, il Regno Unito lancia un appello per l’inversione della tendenza che ha visto, negli ultimi anni, arrivare sul suolo britannico decine e decine di migliaia di cittadini europei.

Quale sarà, dunque, la scelta inglese? Potrebbe verificarsi una tendenza verso l’isolazionismo, per cercare sicurezza e benessere economico al di fuori del blocco europeo. Ma può bastare a garantire un futuro più sicuro? Io ho molti dubbi a riguardo.

E per noi giovani e meno giovani migranti e migrati non ci resta che riflettere. E’ arrivato il momento di fermarsi a pensare attentamente al nostro futuro, sia per chi si trova qui da tempo, sia per coloro i quali si stanno accingendo a partire.

A coloro i quali stanno pensando di partire o hanno la valigia pronta, ricordo alcuni importanti punti che fate bene ad analizzare con attenzione, soprattutto considerando il momento attuale in cui il Regno Unito si trova.

NON PARTITE IN UK SE:

  1. Emigrate pensando che andrete a vivere nella terra della cuccagna, dove il lavoro si raccatta per strada, gli stipendi sono altissimi, le case enormi a prezzi ridicoli, la gente è amichevole e accogliente, il clima favoloso, i servizi eccellenti, la città mozzafiato. L’Inghilterra è fredda e piovosa, le case hanno prezzi esorbitanti, gli inglesi non sonono molto amichevoli e il lavoro non si raccatta per strada!
  2. Lo state facendo per risolvere tutti i vostri problemi. Partire in Inghilterra non risolverà i problemi, al contrario li moltiplicherà. Per lo meno i primi anni.
  3. Non siete flessibili. Dovunque andrete, ci sarà da adattarsi a vari livelli. Dovrete adattarvi ad un clima diverso, a persone nuove, ad usi bizzarri, a costumi diversi, tradizioni diverse, ad una lingua diversa che dovrete conoscere molto bene, a modi di fare forse inconsueti, ad un’alimentazione che magari non vi piacerà, a mentalità diverse e con cui vi scontrerete anche con violenza. Ricordate che state andando voi a casa loro, non vostra! Quindi, sarete VOI a dovervi adattare.
  4. Non siete disposti a fare della gavetta. Anche se siete professionisti o studenti ultra-qualificati, preparatevi a ripartire dal basso! Se poi volete invece emigrare allo sbaraglio, con nessun titolo in tasca e nessuna certezza, bè questo punto è il più importante.
  5. Non avete voglia di imparare una lingua straniera. La conoscenza della lingua è ora come non mai un requisito fondamentale (non soltanto necessario) ed obbligatorio per qualsiasi lavoro in UK, anche per il più umile dei lavori.
  6. State scappando da una situazione interiore difficile. Se, ad esempio, fuggite perché “in Italia sono infelicissimo, ma all’estero troverò la gioia di vivere”, state pur sicuri che anche nel vostro paese di destinazione sarete infelicissimi. Se invece state partendo perchè in Italia vi è impossibile maturare professionalmente, allora il discorso potrebbe essere diverso.
  7. Non avete messo in conto i momenti drammatici, tra senso di solitudine e disorientamento, giorni cupi, noia, nostalgia di casa, depressione e certe volte anche momenti di disperazione pura. Questo non significa che starete sempre male; anzi, magari sarete felicissimi fin dall’inizio. Molto dipende dal vostro carattere, ma sarei ipocrita se non vi dicessi che io questi flash di “machimmelhafattofare” li ho avuti, soprattutto nei momenti in cui stavo male per via della SM. “Chi è a Londra da molti anni non può non sentire la mancanza di casa. Chi dice il contrario o non ci ha ancora trascorso abbastanza tempo o sta mentendo”.

Detto ciò, se il desiderio, il coraggio e la tenacia non vi mancano e lo spirito di avventura attende speranzoso dentro di voi, se siete curiosi, aperti mentalmente, flessibili, se vi piace la vita e siete pronti ad accettare tutto quello che porta con sé, ma davvero tutto, allora partite! NON INDUGIATE!

Per coloro i quali sono già qui in UK da qualche tempo invece vorrei chiedere: siete felici e realizzati all’estero? Perché se lo siete, non c’è bisogno di denigrare in pubblica piazza chi vuole restare in Italia pur senza far nulla. E’ giusto fare delle considerazioni, ma online ultimamente si sprecano i commenti di disprezzo. Se invece non siete felici nè realizzati e pensate che l’Inghilterra non sia un posto adatto a voi, troppo caro, troppo diverso, sbagliato e quant’altro, allora vi consiglio di lasciarlo senza remore e senza indugio.

Entrambe le categorie non le comprendo davvero. Siate sereni, popolo di italiani in UK: per il momento nessuno vi bracca!

Io sto in Gran Bretagna dal non tanto lontano 2011. Sono partita agguerrita, disillusa e senza troppe pretese. L’espatrio in Inghilterra nel 2011 agli occhi di una ragazza sarda di 28 anni aveva il sapore della certezza: certezza di avere pieni diritti, salute garantita, amicizie e prima o poi un lavoro appagante per cui avevo tanto studiato. Per quanto la vita in UK sia stata spesso difficile e abbia avuto al contrario un sapore spesso amaro, posso dire senza indugio di aver portato a termine i propositi principali che avevo in mente a quel tempo. Ora alla luce di questo imminente referendum, mi rammarica apprendere di questa non tanto velata xenofobia che fa pensare. E mi riferisco soprattutto ai ventenni di oggi che partono senza titoli e senza occupazione. L’Inghilterra sembra essersi stufata degli europei senza uno straccio di occupazione in tasca, di coloro i quali partono allo sbaraglio e arrivano senza un lavoro, si sistemano, trovano una casa in gruppo e cominciano la loro carriera in un ristorante, una pizzeria o una caffetteria.

Io intanto nell’attesa di capire che cosa succederà sul fronte della politica interna, richiederò tra qualche mese una carta di residenza permanente sul suolo inglese (che prima non era obbligatoria al termine di 5 anni di permanenza in UK, ma che dal novembre 2015 è rigorosamente obbligatoria!).

Vivere in Inghilterra mi piace, ho lavorato senza sosta e con un certo orgoglio per 5 anni di fila, non mi lamento della mia vita qui ed anzi ne sono fiera e come me ci sono tanti italiani che pensano lo stesso. Non vorrei vedere un giorno i miei diritti in qualche modo intaccati dal risultato di questo referendum, ma di sicuro mi sbaglio.

Nell’incertezza i futuri italiani all’estero fanno bene ad informarsi sulla questione!

FONTI:

http://www.wallstreetitalia.com/trend/brexit/

https://www.forexinfo.it/Brexit-cosa-succede-se-il-Regno

http://www.internazionale.it/tag/autori/gwynne-dyer

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/05/uk-italiani-ritorno-londra-cosi-cara-ingiusta-solitudine-ci-fatti-rimpatriare/1563977/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/20/brexit-ora-cameron-affronta-i-rischi-di-unuscita-dallue-e-cinque-ministri-voteranno-per-dire-addio-alleuropa/2481826/


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