In un anno, circa 13 mila bimbi sono nati grazie alle tecniche di procreazione medicalmente assistita e, nello stesso anno, circa 75 mila persone si sono rivolte ai centri di PMA per avere un bambino[1].

L’impatto del percorso di PMA sulla vita della coppia è significativo sia dal punto di vista individuale che di coppia, tanto che mediamente il 40% delle coppie abbandona il percorso in fasi diverse, senza aver raggiunto l’obiettivo della gravidanza. Tendenzialmente è dal terzo tentativo che si registra la percentuale di abbandono più alta.

 

L’importanza del counseling psicologico

Una delle cause del drop-out è sicuramente la difficoltà a livello emotivo e psicologico della coppia di affrontare lo stress di ripetuti risultati negativi, che un adeguato counseling psicologico permette di reggere meglio, consolidando l’unione della coppia durante il percorso di fecondazione  assistita. Di fatto, i centri di Procreazione Medicalmente Assistita hanno l’obbligo di garantire alle coppie un sostegno psicologico, come stabilito dalle Linee Guida applicative della Legge 40.

 

La ricerca su impatto della PMA nella vita di coppia della della “Sapienza” Università di Roma. Una ricerca, presentata al 1° Congresso Nazionale della Società Italiana della Riproduzione Umana (SIRU) – condotta dall’equipe del Dipartimento di Psicologia della “Sapienza” Università di Roma – coordinato dalla Prof.ssa Laura Volpini – ha indagato sul motivo per cui le coppie persistono nel percorso di PMA, analizzando un campione di circa 1000 coppie (età 35-45 anni) sottoposte a PMA omologa, afferenti a 4 centri di PMA in diversi regioni italiane.

I risultati della ricerca hanno evidenziato l’impatto della PMA sulla vita dei pazienti e, in particolare, come le coppie correlano – in fasi diverse del percorso di PMA – l’intenzione di proseguire la fecondazione assistita agli ostacoli procedurali/relazionali o al supporto percepito durante il percorso di PMA.

Dall’analisi dei dati è emerso che proseguono nella PMA, nonostante gli ostacoli, le coppie che hanno maggiore convinzione di riuscire nel percorso, insieme al supporto della rete sociale e medica.

 

L’età in cui si decide di avere figli è sempre più avanzata e questo incide sulle possibilità di successo delle tecniche di fecondazione assistita, almeno omologa. Se a ciò si aggiunge che il percorso è piuttosto impegnativo sia sotto il profilo emotivo che sotto il profilo clinico– ha affermato Laura Volpini, docente di Psicologia alla “Sapienza” Università di Roma le possibilità di persistere nel percorso di PMA dopo un fallimento diminuiscono. Per questo è necessario che le coppie siano seguite, oltre che da un’equipe di medici e biologi, anche da psicologi, per un counseling di supporto.

Infertilità, crisi di coppia e differenze di genere

Alla diagnosi d’infertilità, e successivo percorso di PMA, anche le coppie più̀ coese si trovano ad attraversare un periodo d’instabilità̀. Entrambi i partner, ma in particolar modo la donna, si sottopongono a stressanti iter tecnici, sostenuti dalla speranza di riuscire a raggiungere l’obiettivo di un figlio. Spesso questi tentativi non raggiungono il fine desiderato e quest’altalena di speranza e delusione giunge al termine riaprendo quella ferita appena rimarginata dalla speranza.

Cosa differenzia le risposte emotive nell’uomo o nella donna?

La diagnosi d’infertilità può provocare in entrambi i partner senso di colpa, rabbia o isolamento, ferite (anche narcisistiche) con una conseguente diminuzione di autostima. La risposta emotiva della donna è più introspettiva, si proietta sul senso di vuoto interiore percepito: l’immagine dello spazio vuoto, della cavità interna che sarà riempita si atrofizza nell’impossibilità. Il vuoto rimarrà vuoto e ciò produrrà profonde modificazioni alla propria identità (Vegetti Finzi, 1990). Mentre l’uomo tende a spostare le sue energie verso l’esterno, ricercando quel senso di potere che il senso d’infertilità ha minato. L’uomo cerca inoltre di esibire un’immagine di sé positiva, nonostante la ferita narcisistica, determinata dall’idea che la sua virilità possa essere messa in dubbio, tanto da spostare – a differenza della donna – energie e interessi su altri versanti della sua vita, spesso extra-familiari. Tutto ciò perché l’uomo è orientato all’”agire”, mentre la donna sul “sentire” (accogliere e contenere). L’uomo, seppur investito in minor misura, avendo uno scarso vocabolario emotivo, esterna difficilmente il proprio mondo interiore, con un conseguente maggior senso di chiusura e riservatezza sul proprio vissuto d’infertilità e d’inizio di un percorso di PMA, che lo spinge a rifiutare di parlarne e isolarsi. Le differenti risposte dipendono anche dal fatto che per la donna l’idea della gravidanza investe prevalentemente il suo corpo, essendo sottoposta in maggior misura ai vari esami medici (prima) e alle tecniche di PMA (dopo).

Comprendere meglio i vissuti dell’uomo e della donna può essere un primo passo per facilitare la comunicazione e la condivisione – rileva Stefano Bernardi, psicologo, psicoterapeuta ed esperto in sessuologia clinica – che al 1° Congresso della SIRU ha sottolineato le differenze di genere in relazione alla PMA.

In generale, un sostegno multidisciplinare tout-court permette alla coppia di affrontare il problema (sia la ferita dell’infertilità che il percorso di PMA), di sapersi confrontare, ovvero farsi aiutare per trovare una soluzione, perché l’infertilità si può gestire e risolvere, ma anche di condividere queste difficoltà con la rete familiare e sociale, riducendo stress e tensione che potrebbero generare disagi ed incomprensioni anche nella sfera sessuale. Questo vale in ogni fase del percorso PMA, sicuramente in presenza di un fallimento delle tecniche, ma anche in caso di successo quando la gravidanza inizia ed il sogno inizia a realizzarsi.

[1] Registro Nazionale della PMA (2015), Istituto Superiore della Sanità

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