A cura di Naomi Giudice

Un tempo fumavo, poi ho scoperto il mercato…
“Costa poco”, dicevano. “Trovi di tutto”, aggiungevano. “Un salto in lavanderia e hai fatto un affare!
E poi il vintage va un sacco!”
Dopo le prime incertezze sulla pronuncia di questa misteriosa parola e la diffidenza di chi teme di imbattersi in abiti usati-mai lavati-portatori sani di rogna, mi sono convinta.
“In fondo c’è crisi…”
E così un giovedì come tanti l’arco di Porta Romana della mia città mi ha accolta in una distesa geometrica di bancarelle multistrato e multicolor: che ingresso trionfale! Rovistavo con discrezione, mi destreggiavo pacatamente in quell’atmosfera pittoresca di ‘’1 euro, solo 1 euro!’’ e corredi di lino candido, coetanei di mia nonna.
Pesciolino fuor d’acqua decisi di fare il grande passo per tuffarmi in quell’acquario traboccante di gente, stoffa e baccano: “Ma è vintage?” chiesi, così per darmi un tono, e a quel punto il venditore ambulante a cui rivolsi l’assurda domanda, ignaro del potenziale di quegli stracci svenduti per qualche spiccio da investire al bar, mi guardò con una perplessità della serie ‘’sorriaidonspikinglishverywell’’ e concluse “Eh?”.
Splash. Da allora nessun giovedì fu più lo stesso: il vintage mi ha conquistata quando ho capito che potrebbe non avere un nome, che è un flusso libero di roba e valore, che la roba la trovano loro e il valore glielo restituisci tu.

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È come un patrimonio di cui non sei legittimo erede o l’armadio di una prozia vecchia e sola che non vedi mai; è come sfogliare un album di fotografie di gente che non conosci.
Camicione a quadri di flanella status symbol di ogni taglialegna che si rispetti. Maglioni natalizi con le renne e le ghirlande, il buco sotto il braccio e inestricabili pelucchi in ogni dove. Poi le giacche a fantasia (le più improbabili fantasie, tipo fantini a cavallo, ancore, timoni, tulipani, carciofi, scene di caccia rupestri…) con le spalline marchio Eminflex e l’odore di naftalina che devono aggiungerti ai segni particolari sulla carta d’identità se solo le provi. Gilet di velluto cangiante, bottoni formato-fresbee, tartan scozzese riesumato da qualche catacomba celtica, i jeans a girocollo e le gonne fiorate, le felpe oversize e i berretti col la visiera di Willy lo svitato di Belair. Il trash e lo chiffon, gli abiti da sposa e le magliette del Napoli, i camperos e le pellicce.
Signore e signori, questo è Vintage e/o Second Hand – perchè in inglese fa più figo: Il Vecchio e l’Usato.
Per rassicurarvi voglio informarvi che anche Kate Moss, e dico Kate Moss mica Orietta Berti- saccheggia i mercatini delle pulci londinesi, e che Julia Roberts ha sdoganato la moda vintage alla notte degli Oscar del 2011, e dico notte degli Oscar mica sagra dello tortello.

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E sempre per andare sul sicuro, sappiate che gli onniscienti fashion bloggers consigliano di evitare di vestirsi vintage da capo a scarpe, per scongiurare l’effetto “clochard di Termini” (effetto che personalmente prediligo ma questi sono affari miei).
Provare per credere, parola di pulce.

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A titolo informativo, qualche notizia random

A diffondere la mania del Vintage furono i collezionisti francesi del ‘700 (e i francesi, si sa, sono chic da morire) ma oggi l’Italia si è aggiudicata un posto sul podio europeo del vintage, vantando il successo di mostre-mercato come il Fashion Next Vintage Show di Pavia e il Vintage Palace di Lugo di Ravenna, archivi storici con servizio noleggio pezzi d’epoca annesso.

I più famosi mercatini Vintage in Europa
A Roma: via del Governo Vecchio; Porta Portese.
A Londra:Portobello Road; Brick Lane; Camden Town.
A Parigi:Quarto Arrondissement; Mercato delle Pulci di Porte de Vanves.

Working in progress è il fenomeno dello Swapping, ultima tendenza USA nata nei salotti di Manhattan: involuzione del vintage o evoluzione del baratto. Lo swapper non compra ma scambia, a tutto vantaggio di: riciclo eco-sostenibile, ordine nel proprio guardaroba, svago e dinamica sociale da Swap Party.

Ultimi input. Vintage è:
Rielaborazioni della lingua tipo “Gallina vintage fa buon brodo”
Regali spacciati per acquisti in via del Corso pagati meno di un ovetto Kinder
Sport settimanale(spulciaggio agonistico per professionisti dello sguardo minatorio alla “molla l’osso, l’ho visto prima io”)
Hobby (visto che il decoupage ormai è troppo out)


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